Sionismi reali

Fra citta’ e campagna, i due modelli di comunita’ che si possono trovare in Israele.
Non saprei dire quale mi sembra piu’ aberrante. Se il modello urbano, con la gente stritolata dal costo della vita in un posto dove manca tutto e dove l’assalto alle risorse e’ condito da tutte le contraddizioni della vita urbana: overlavoro, individualizzazione, globalizzazione
ed omologazione degli immaginari. Le città qui sembrano degli enormi centri commerciali. Per andare in Giordania devo passare da Eilat,
lo sbocco israeliano sul Mar Rosso. Come abbiano potuto ridurre una città di mare in questo stato davvero non lo so.
La costa e’ merlata di Hotel che sembrano pesanti petroliere arenate su una spiaggia corallina.
Andrebbero rimossi subito.
L’aeroporto e’ subito dietro alla petroliera, e fra un buco e l’altro, mille bancarelle che vendono cazzate a signorine in divisa che passano al solo le loro giornate di congedo, imbracciano la borsetta fuxia con le borchie autunno-inverno 2010, mentre sull’altra spalla pende il fucile.
A 10 km da qui, Aqaba, dove la gente in spiaggia sta svaccata col narghile fra le labbra, sorseggiando un te, ed anche se fanno il bagno completamete vestiti (cappotto incluso, naaaah!) in compenso mi sembra che si rilassino di più, o almeno non sono in fila per accedere al lettino nella fila corrispondente al biglietto acquistato.

Le citta’ sono una delle facce del sionismo reale. La gente qui e’ devastata dentro, non ha piu’ sogni ed il sionismo è un’idea artefatta, lontana, che non li rende affatto felici. Sono incazzati, anche se sono convinti del fatto che “dall’altra parte non e’ mica come qui”. Ehnno’, non e’ come qui.
Sulla spiaggia di Aqaba, raccolgo i coralli, mi si avvicina una tipa un po’ svitata che prova a parlare con me, provo a risponderle con il mio arabo turistico, dopo un po’ arriva una signora con al seguito due bimbi piccoli 3 anni, 7 mesi. La tipa svitata si alza e va a prendere in braccio la bimba di sette mesi e me la porta in dono.
Se fossi stata a Milano l’allarme sarebbe partito immediatamente, se fossi stata a Tel Aviv avrebbero arrestato la pazza terrorista per la chiara provocazione, mentre invece qui la mamma mi sorride e non ha la minima tensione rispetto all’allontanamento della bimba. La cura si trasmette in un altro modo e non e’ relegata solo al privato.

La tipa viene da Amman, ed e’ qui in visita. Non conosce nessuno, ma si rilassa anche lei sulla spiaggia, la temperatura e’ gradevole anche se c’e’ vento. Quando il tempo e’ cosi’ un po’ per tutti c’e’ la possibilta’ e la voglia di fermarsi un attimo e parlare con chi ti passa accanto. Il denaro non e’ tutto, mi dice Shark, un sessantenne che diventera’ il mio angelo custode verso il Wadi Rum. Mi accompagna perche’ sono sola ed è meglio non stare da soli nel deserto.

A Tel Aviv a Gerusalemme, gli ebrei non ti cagano, sono loro che ti stanno facendo un favore, sei qui grazie a loro. Si sono dimenticati che per anni queste terre sono state solcate dalle persone piu’ disparate con una ricerca piu’ o meno personale, idee piu’ o meno buone, ma sempre grande motivazione ad essere qui. Almeno questo potrebbero ricordarselo. No. Loro sono i legittimi destinatari di questa terra e le porte si aprono solo se la scansione dell’iride restituisce la certezza del lavaggio del cervello.

L’altro modello comunitaro, quello di chi è per l’appunto fuggito dalla città, è molto diverso da questo, ma le contraddizioni non diminuiscono.
Il brainwashing qui non c’è. O almeno io non l’ho incontrato ‘in pieno’. Sono stata nel deserto dell’Arava, dove c’e’ un gruppo di moshav, pare fra i piu’ fricchettoni della storia israeliana. Ci sono persone con delle competenze della madonna, sono tutti fisici, matematici, geologi etc etc, ma sono anche tutti contemporanemante contadini.
E con le loro competenze si erano messi in testa, seguendo alla lettera quello che il loro leader Ben Gurion gli aveva indicato, che il deserto era il vero banco di prova della nuova nazione israeliana. In un posto meraviglioso e selvaggio, fatto di canyon si sabbia e fango diversi metri sotto del livello del mare, sul letto di quello che un tempo era un fiume, l’Arava, stanno sviluppando un’agricoltura avanzatissima, producono peraltro ortaggi biologici che esportano in tutto il mondo. Un mare di tendoni di plastica nel mezzo del deserto. Scavano pozzi per cercare l’acqua in profondita’, raffreddano le serre in estate, controllano la presenza di insetti per l’impollinazione etc etc. Il loro villaggio e la loro comunita’ e’ molto simile a quello che potrebbe essere l’organigramma di una comune, gente che molla la citta’ o il suo villaggio del cazzo per autorganizzarsi e costruire qualcosa di nuovo.
Aiuto. Sono nel deserto e tutto mi sembra assurdo, quando sono arrivati loro hanno occupato le terre mettendo in fuga verso la Giordania i Beduini che si muovevano anche in questa area, il Wadi Arava appunto. Proprio a Petra, Majeed, uno dei Beduini che veniva proprio da li’. ‘Hanno ammazzato mia madre dall’elicottero’ mi racconta, ‘nel 60′. Le date coincidono con i racconti dei fricchettoni. Il moshav piu’ antico e’ del 65 ma prima c’e’ stato un insediamento miltare per scavare i pozzi ed occupare illegalmente quell’area, questo si’ me lo dicono. Il confine della Giordania infatti includeva il fiume, ma poi nei vari accordi raggiunti l’Arava e’ divenuta israeliana ed il confine si e’ spostato al monte Edom, mentre Isarele ha ceduto delle terre a nord, la valle del Giordano dove molti coloni in questi giorni stanno occupando nuove terre ai Beduini.

Qui la tensione non si sente, sono tutti per lo piu’ sessantenni, la prima generazione. Tutti ancora in fissa con l’olocausto. Ci sono alcune famiglie di seconda generazione, per lo piu’ tornati qui per mettere su famiglia. Ma mi spiaga Ami, in realta’ non tutti i loro figli possono tornare li’, la comunita’ collasserebbe, non c’è posto per tutti quindi solo ad uno dei figli della prima generazione è concesso il diritto di fermarsi e la cosa quindi deve essere ponderata per bene.
Fratello contro sorella. In sostanza questo esperimento mi sembra aberrante in tutte le sue forme, anche perche’ l’immaginario che hanno riprodotto è quello del villaggio del sole dove l’amore regna fra gli eletti (e veramente mi sembra che loro si amino fra loro), i fiori tutto l’anno, l’erba sempre tagliata etc etc. Come fanno? Beh, ci sono i Thai workers che lavorano. Kobi dice ‘in Giordania ci sono gli Egiziani, qui i lavoratori sono i Thai’.
Ed infatti al mattino presto ed alla sera (anche io sto andando nei campi per fare un piccolo lavoretto) li vedi a capanelli, completamente coperti in viso, per la sabbia ed il sole, lavorano nelle serre, per raccogliere i peperoni ed i pomodori, ma anche per fare tutti i lavori di manutenzione, pulitura etc etc. Sono abituati al caldo tropicale e guadagnano 50 dollari al giorno ma possono rimanere solo 5 anni.
Ci sono delle agenzie tailandesi che si occupano del recrutamento dei lavoratori e delle pratiche burocartiche per i documenti. A novembre i moshav hanno dimostrato contro il governo proprio per la questione Thai. Di base loro propongono di fare in modo che i lavoratori abbiano il permesso di soggiorno solo per un anno, perche’ dopo un circa 3-4 anni (di deportazione) cominciano a bere e a far casino, belagan, come dicono loro.
In piu’ in realta’ il governo israeliano vuole limitare l’ingresso ai migranti mentre per favorire la forza lavoro israeliana. Ma mi dice Itomar, gli Israeliani questo lavoro non vorranno farlo mai.. Eggia’ e poi come fa la comunita’ a dare gli stessi diritti a tutti i figli di Davide, stessi salari stessi tempi di vita, stesso sogno di felicità?
Bella sfida per una comnita’ utopica, chissa’ cosa gli direbbe Ben Gurion.

A discapito del mito della loro ricerca di autenticità e della loro ossessione per l’originarietà, nella valle dell’Arava nulla e’ al suo posto: la gente che ci abita, le colture, gli insetti, l’acqua, la terra, i migranti.

A Natale decido di evitare le folle religiose in visita nel West Bank per rifugiarmi nella riserva naturale di Ein Gedi sul mar morto. E’ stata un’ottima scelta, scarpinate montanare con Moshi e Shaul, due ventenni anche loro in congedo. Uno e’ nato in un kibbuz del nord ed è bello indottrinato (usa le frasi fatte che ho sentito pronunciare da molti, certamente si tratta della stessa fonte) l’altro timido ma molto più aperto e disponibile al dialogo anche se non parla bene l’inglese, e’ di origini francesi.
Mi chiedono cosa si pensa in Italia di Israele… intanto gli dico che il muro proprio no, e li mi inbuco nel solito garbuglio retorico che il muro e’ fatto perche’ c’erano gli attentati e questo non se lo ricorda nessuno e bla bla bla, poi cerco diplomaticamente di fargli capire che per me Israele non ha ancora sviluppato le basilari conquiste illuministe che hanno condotto alla nascita delle nazioni moderne: laicita’ dello stato e uguaglianza di diritti per le minoranze, gli spiego anche il mio totale disappunto rispetto all’onnipresenza dell’esercito, in sostanza gli parlo di rivoluzione francese, movimenti per i diritti civili e pacifisti, robe pop che non potessero essere attaccate in nessun modo… Oh questi quando parlano di storia si rifanno alla bibbia e penso sia gia’ stato un lampo di genio da parte mia aver saputo approcciare la questione in questo modo mentre cercavo di non cadere nel canyon…
In sostanza non volevo chiudere la conversazione con loro, ma provare a fargli vedere la cosa da un altro punto di vista, fornirgli altre retoriche (mi è partito l’istinto pedagogico e so che posso fargli il brainwashing al contrario!) anche se completamente astratte… please don’t blame me.

Discutiamo su tutto, è difficle parlare con loro e i miei discorsi pendevano volutamete a eviatre la questione del conflitto palestinese con cui loro giustificano tutte le loro porcate, per paralre in termini proprio più astratti di come loro percepiscono se stessi, la loro comnità/nazione. Non so per quale motivo ma ci stiamo simpatici mentre scarpiniamo fra una pozza e una cascata, forse perche’ gli sto dietro nonostante abbia una decina d’anni in piu’. Da un lato sono piu’ saggia di loro, da un altro loro parlano come mio nonno, quando mi raccontano della loro idea di famiglia e di relazioni. Gli spiego questa mia sensazione di sentirmi contemporaneamente piu’ vecchia e piu’ giovane di loro e gli dico che probabilmente, nelle prossime generazioni anche loro andranno incontro fisiologicamente a una messa in discussione delle istituzioni, a dare per scontate alcune cose e a non avere piu’ la loro fiducia incondizionata nell’ordine sociale che le prime generazioni si sono date. Forse, ed in inglese non so se loro mi hanno capita. Ma non conta ormai siamo nelle pozze d’acqua calda e galleggiamo nel mar morto.

Le luci sono spente ed il cielo e’ pieno di stelle. Ci passiamo palle di fango fra una riflessione e l’altra. Eddie Vedder veglia su di noi.

5 Comments

  1. […] This post was mentioned on Twitter by Corinna Reggiani and noblogs. noblogs said: [espanz] Sionismi reali http://nbl.gs/2GL […]

  2. blanca ha detto:

    oh, finalmente scrivi qualche cosa, forse eri troppo presa a spiegare la rivoluzione francese ai boys israeliti :p

  3. espanz ha detto:

    ehnno’…per fortuna.. il report racconta del sionismo reale,
    anche perche’ mi sa che di israele e delle sue reali contraddizioni nessuno davvero racconti molto.
    Per mia fortuna non mi sono persa mica nel mondo zionista e la pausa giordana e’ stata salvifica, con anche un solstizio d’inverno passato sui monti coi beduini e la luna piena.
    figata!

  4. Il pianto del muro ha detto:

    brava! ma come fai?
    io quando mi avvicinavo ai sionisti in genere un forte bruciore di stomaco mi faceva scappare dopo poco!
    Io adesso sto in Italia… pero’ sogno continuamente di stare in palestina… e sogno soldati… quei tanti soldati a cui ormai avevo quasi fatto l’abitudine!
    continua cosi! cosi magari mi ispiri sogni migliori!
    buonanotte

  5. Fabio ha detto:

    ciao.

    Il tuo posto è qui
    http://paper.li/tag/Zionism

    Vedi gli articoli alla sinistra. entro oggi. se no scompare.

    L’ho twittato in Rete ed è stato apprezzato.
    Cmq bellissimo “reportage”. grazie.

    Ciao

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Diario di un’apprendista

passo le notti insonni e fra una cosa e l’altra mi sono iscritta ad un corso online del moma, cosi’ per vedere come hanno interpretato e tradotto la didattica online. E’ un tema caldo anche nel posto in cui lavoro e ho bisogno di farmi un’idea di cosa ci sia in giro ora.

Mi sono iscritta a questo, mi e’ sembrato di poterlo seguire anche con qualche interesse
https://www.coursera.org/learn/photography

dopo un video di 4 minuti con qualche star che spettacolarizza concetti semplici mi mandano alla sezione resources, estratti necessari e contenuti extra suggeriti.
Mi sembra interessante, leggo i testi alcuni mi colpiscono, alcuni mi rimandano tanto (forse troppo spesso) all’istituzione che ha promosso il corso, il MOMA sta celebrando la sua narrazione e divulgando la sua chiave di lettura di un’immagine fotografica tramite un corso online gratuito. Potente sta roba, no? ; )

Leggo i testi richiesti e faccio qualche altra mia deviazione sui miei temi (scopro per esempio che un famoso fotografo americano dei primi del novecento, Lewis Hine, era un maestro, insegnava alla https://en.wikipedia.org/wiki/Ethical_Culture_Fieldston_School ispirata alla filosofia pedagogica di Dewey, del quale trovo una frase che mi colpisce “Democrazia e umanita’ sono per me sinonimi” chissa’ quando l’ha detta e in che contesto, questa ricerca resta appesa).

Mando questa info alla regista con cui sto lavorando ad un progetto su una scuola Montessori di Milano (anche lei e’ in realta’ una fotografa).

Ok, mi rompo un po’ delle dispense in cui si traccia la storia della fotografia a partire dalle mostre del moma dai pittorealisti passando per i documentaristi fino alla new york degli anno 80 con Cindy Sherman.
“Pero’, mi dico , pure tu alla fine ti sei iscritta a sta cosa proprio perche’ c’era la firma del MOMA e in qualche modo hai dato autorevolezza a
quell’istituzione…”.
Decido che per darmi un po’ di motivazione provo a fare il test anche se non mi sento affatto preparata. Posso reggere un fallimento : )

Provo a fare quindi il quizzettone che campeggia nella colonna a sinistra. Non si tratta di voglia della mera schermata successiva o ansia da prestazione e verifica, forse mi sto solo annoiando.
Appena clicco il quizzettone mi appare una schermata bianca con una semplice scritta: “Per motivi di certificazione dobbiamo settare il tuo profilo, dobbiamo verificare tutte le volte che sia davvero tu a fare il test”, beh certo (questi corsi possono anche rilasciare quello che giudico un inutile certificato, a pagamento, che poi la gente puo’ inserire per arricchire il proprio profilo linkedin, “un certificato e’ shareable!” c’e’ scritto nella parte introduttiva al corso, prima ancora dell’inizio della lezione la piattaforma mi ha informato che c’era l’opzione di ricevere un attestato e che faceva riferimento al mio “commitment” verso me stessa, all’impegno dello studente. Non avevo capito quando l’ho letta velocemente che faceva parte del processo di apprendimento, ed il contenuto delle lezioni e’ solo una parte marginale, tanto che se voglio infatti quel contenuto lo posso ricevere tale e quale anche senza il certificato, la vera differenza e’ fra chi ha il timbro e chi no. Ora quelle parole mi risalgono alla memoria con una nuoova concretezza. Capisco che sono dentro una piattaforma di validazione e immagino che questi siano dei pacchetti che vengano venduti piu’ che altro dal MOMA a enti terzi per costruire valore, oltre che essere disponibili gratuitamente online).

Ad ogni modo mi avvisano che saro' riconosciuta in 2 modi, "your typing pattern" e "your picture", sara' necessario pertanto attivare una webcam.

"Mi stanno sorvegliando! Cosa vogliono fare di me? (in realta' questa cosa la sapeva pure Dewey all'inizi del secolo scorso, buongionro cara, welcome to reality)".
Per ora ho desistito dal procedere nel pigiare l'unico tasto verde presente nella pagina. Subito sotto in questa pagina tutta bianca che sembra l'anticamera di una sala operatoria c'e' un link testuale, celeste: "I don't want to verify", nella sua semplicità questa scelta propone un gesto che assume la potenza evocativa di un brano da dieci minuti dei Pink Floyd.

Non ho ancora deciso se andare avanti o no, ma intanto tutto cio' ha sortito l'effetto di registrare questa traccia che per me racchiude alcuni dei conflitti in gioco legati all'apprendere.

Mi resta la sensazione amara di come in una societa' dell'automazione che ci libera dal lavoro ci troveremo sempre piu' spesso in queste stanze ovattate e neutralizzate a decidere cose che nel secolo scorso sarebbero state rilevanti tramite una scelta di aut-aut. Saranno la sconfitta piu' saliente della semplificazione voluta dal pensiero progettuale del design, il trionfo della tecnica.

21 settembre 2013

13_09_21yogalibre

ritorno a postare qui le sequenze delle classi di yogalibre,

questa e’ una sequenza di inizio anno strutturata sulle posizioni in piedi, semplici, primarie,
che ci consentono di percepire la dinamicita’ della staticita’, il radicamento nei piedi, l’allineamento del corpo,
per poi arrivare invece ad alcune posizioni di equilibrio in cui la stabilita’ va ricercata negli allineamenti costruiti nelle posizioni semplici.
Alla fine un accenno di inversione per riportare tutta l’estensione recuperata dai piedi alle gambe ai fianchi fino alla zona alta del torace.

E’ una sequenza allo stesso tempo semplice ed impegnativa, dinamica, richiede energie ma placa alla fine.

Non ho i tempi giusti

Decisamente fuori tempo, pubblico anche io il mio diario di frammenti dalla giornata del 3 luglio a Chiomonte.
Mi rincuora sapere che tante sono state le voci che hanno saputo abbattersi contro la coltre di falsita’ strumentali sparate ad altezza del cervello medio degli spettatori italiani, quasi come se le cortine di lacrimogeni non fossero state gia’ sufficienti. Agenzia X ha giusto pubblicato un instant e-book, Nervi Saldi, che raccoglie i resoconti le dirette e gli articoli dai blog, “we are everywhere”.
Per fortuna in barba alla mia lentezza, hanno avuto immediata circolazione e visibilita’ le dichiarazioni di Revelli, l’articolo di Giuseppe Genna, cosi’ come le decine di tracce lasciate da chi ha camminato fra i torrenti, i sentieri e le strade al fianco dei No Tav. ,
Teniamo i nervi saldi e i nostri strumenti ve li lanciamo contro, vi faranno male perche’ non sono le astrazioni scritte da qualche espertone per essere pronunciate da un figlio deficente e poi ripetute nell’etere, ma perche’ sanno esprimere un altro tipo di forza, che si sostanzia della capacita’ di veicolare contenuti condivisi. Details »

Stay human

L’umanita’ nelle tue parole e nel tuo sguardo ha preso una forma nobilissima, dignitosa e terribilmente concreta, possibile.
Non ti ho conosciuto ma mi hai insegnato tanto.
Ciao Vik, provero’ a rimanere umana.

Good luck INDIA

Nel giorno dell’8 marzo un piccolo ritratto ironico e tenero, che racchiude una riflessione sulla mascolinita’ e sul saper fare, figlio del percorso che faccio da tempo con Serpica Naro e che sta maturando anche nelle pieghe delle riflessioni transgeneri. Details »

C’e’ ancora chi parla di masse e popolo africano

Sono settimane che guardo , con entusiasmo unico, a quello che sta succedendo in Tunisia Egitto in primis, ma alla fine queste definizioni le sento strette e geopoliticamente mi mi viene di parlare di confini, soglie e blocchi, regioni come il Sinai e Gaza, di migranti e nomadi che vanno di wadi in wadi, fratelli e sorelle che si guardano negli occhi e stanno cercando di determinare una parte della loro vita. Details »

Back to the wild city

Sono tornata da qualche giorno ma ho la mente ancora in viaggio. Oggi, leggevo, hanno ammazzato a sangue freddo una persona a Hebron, mentre dormiva nel suo letto. Sono rimasta di sasso, bastardi, mi e’ sembrato quasi di conoscere tutti li’ ed e’ stato come se avessero pugnalato un amico.
Ci sono un sacco di cose del mio viaggio che non ho raccontato sul blog, in primis l’ultima settimana passata con gli attivisti (che avevo deciso di evitare con determinazione, ma evidentemente mi e’ stato impossibile) nella capitale creative class del West Bank: Bet Sahur. Ma un po’ si tratta di racconti che riservo allo scambio vis a vis ed un po’ ormai sono rientrata ed ho con me un bagaglio di suoni e ricordi che non riesco piu’ a materializzare in una scrittura. Continueranno a lavorare sotto la cenere.
I’m back to the wild city and it’s gonna be real wild.

Sionismi reali

Fra citta’ e campagna, i due modelli di comunita’ che si possono trovare in Israele.
Non saprei dire quale mi sembra piu’ aberrante. Details »

Gloomy sunday


E’ arrivato l’inverno, un freddo porco dall’Italia, si dice qui… e te pareva!
Con il grigio ed un po’ di pioggia mi muovo ad Hebron, sempre con la bici al seguito, non si sa mai che magari il tempo sia clemente e mi consenta di andare in giro per i villaggi e la campagna.
Sono qui da ormai due giorni e non riesco a scrivere nulla, la situazione e’ davvero pesante. Details »

Joel


Joel e’ il proprietario dell’hotel Al Wehdeh a Ramallah, è in centro vicino ad Al Manarah, la piazza con i leoni, verso cui confluiscono le strade del mercato e della zona commerciale della città. Details »

Gli insofferenti di Nablus


A Nablus sto in un hotel nella parte est, quasi in cima ad uno dei monti su cui si espande il nucleo abitato e la mia finestra si affaccia su un cimitero. Molti dei ragazzi morti durante la seconda intifada sono sepolti qui. Details »

Gerusalemme Ramallah Nablus

Se sei a Gerusalemme puoi andare nella città vecchia, dove tutte le strade convergono, ma se provi a dirigerti da un’altra parte la gente ti ferma.

E’ così che mentre mi muovevo verso Gerusalemme est un tipo in un mega macchinone mi chiama e mi spiega cortesemente che la città è nella direzione opposta e che, ovviamente, sto sbagliando strada.

Peccato che la città continua ed è anche parecchio estesa. Proseguo nella mia direzione ed il tizio si prende la briga di fare inversione di marcia per venirmi a ripetere che non sto andando nella giusta direzione. Al che gli rispondo di non preoccuparsi di me che sto facendo un giretto.

La città cambia completamente, le strade sono dissestate, rifiuti in giro, i palazzoni sono sempre ricorperti di pietra e mi rendo conto che la città non e’ semplicemente divisa in due, ma è fatta a strati, in verticale, sembra quasi che il livello della strada non sia importante,
ciò che conta è che per le cartoline la città bianca e l’omogeneità della pietra venga preservata. Cosa importa del livello della vita e della quotidinaità? Details »

found in a maze

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I’m not here

Ci sono progetti che hanno la capacita’ di cogliere a piu’ livelli una molteplicita’ di punti di vista percezioni ed emozioni riuscendole a concretizzare, senza chiuderle, in un pattern mutevole, come la crosta di una cicatrice che cambia ogni giorno e si trasforma in una pelle nuova.

You are not here e’ un progetto realizzato da Mushon Zer-Aviv, che propone un turismo di mashup urbano. La frontiera della psicogeografia: attraversare una citta’ con un percorso che svela in filigrana un’altra citta’, il suo doppio. E come si augurava il buon Debord, l’esperienza della deriva nella citta’ supera il flusso metropolitano, la sua costruzione di segni ed insegne del potere.

Una delle mappe proposte e’ quella di Tel Aviv/Gaza e la voce che ci guida e’ quella di Laila, una mamma che cresce il suo figlio a Gaza.

Con quale citta’ farebbe il paio Milano? Soon this space will be too small, soon I’ll not be here.

AhAH aHah AH